Il viaggio nella fotografia di Luca Policastri si snoda tra muri, pietre, pezzi di storia. Qui la solitudine prende forma nel bianco e nero della memoria, scaturita da dettagli, visioni, suggestioni. La luce gioca un ruolo primario, disegna profili, accarezza pareti levigate o vetuste, s’insinua in antri, viuzze, casine di un tempo. Le figure, i passanti, chi dimora in questi luoghi ha visto storie senza tempo, ha negli occhi il ricordo e la nostalgia dei luoghi, ha sulla pelle la solitudine, l’abbandono. Il presente sembra fermo a ieri come nella “parola” di Costabile… Ma quei ragazzi andati in Venezuela/hanno scritto la loro ombra/lungo i muri. Non ci sono artifici in queste immagini, non occorre sedurre con scatti ‘viziati’, o composizioni forzate.
Luca è andato in giro a catturare l’istante, il qui e subito, senza bisogno di intercedere con lo spazio e i protagonisti delle foto. È bastato fermarsi, osservare, per cogliere i vecchi che passeggiano, sostano, con il tempo che scorre lento scandito solo dalla luce, una luce che si staglia contro il buio della penombra, dei vicoli, del borgo, la rudezza di alcuni spiazzi, i cani e i gatti, che sembrano regnare indisturbati.
Ogni tanto un raggio di sole accende un angolo e lì un bambino corre e racconta la speranza. Qualcuno sbircia da un muro di ciottoli e aspetta, e guarda, e scruta. Il viaggio fotografico di Luca Policastri è un mezzo potente per toccare le profondità del luogo, dell’io, delle radici. Perché in questa realtà che assomiglia a molte altre della Calabria, c’è sempre qualcosa da raccogliere, da conservare, da interpretare. Ogni viaggio cambia qualcosa in noi, ci rende consapevoli. La solitudine come costante che accompagna il filo invisibile di questo lavoro introduce a un’esperienza amara, che soffoca e ci fa male, uno sguardo sulla verità che non si può tacere. Il bn enfatizza e rende palpabile questo sentire. Sassi che si susseguono su muri frastagliati. Si sta come davanti a un monumento, in assoluto silenzio. Il silenzio inesplicabile che circonda i luoghi. Una malinconia che pervade lo spazio e lo invade. C’è un respiro che accomuna gli uomini ed è quello del tempo che scorre… E se la morte fa cadere i sassi troppo sporgenti, essa “non spegne la pietra che ormai da tanto si sa a memoria”. Tra queste mura gioca la nenia dell’esistenza e l’obiettivo riesce a restituire la dimensione che ci appartiene.

Il mio paese tace
i vecchi fissano l’attesa
la melodia che cuce i giorni
è solitudine intrisa di nostalgia.
Su per le stradine
sale la luce
a ricamare il profilo
dei fantasmi.
C’è storia e memoria
in questi luoghi.
Le pietre si fanno sentire
trasudano sapere
la polvere si posa
sui ricordi.
Giunge il silenzio
a raccontare dopo di noi
l’esistenza che si sgretola come argilla.

Anna Lauria